Il Delta del Sine Saloum, sulla costa occidentale del Senegal affacciata sull’Oceano Atlantico, è un’area di eccezionale interesse naturalistico e culturale. È una regione poco battuta dal turismo occidentale, ed anche a causa dei cambiamenti climatici che la travolgono, è divenuta purtroppo negli anni un luogo di partenza di una gran parte dei migranti clandestini senegalesi, che a bordo di piroghe fanno rotta verso l’arcipelago spagnolo delle Canarie.
“L’Altro come enigma si sottrae a ogni sfruttamento”
Byung-Chul Han
Questo progetto vuol essere un racconto fotografico in bianco e nero della caleidoscopica realtà umana che abita il delta, e della relazione dinamica e inseparabile degli individui con l’ambiente, dando attenzione a chi rimane, per scelta o mancanza di alternative, sull’”altra sponda”. Una galleria di ritratti che non è un catalogo ma un mosaico, un puzzle d’immagini che mette in primo piano volti e corpi, osservando l’Altro come enigma e come mistero. Intende pertanto anche contrastare una visione dell’Africa come qualcosa di diametralmente opposto a ciò che è europeo, una rappresentazione distorta cristallizzata nell’immaginario collettivo, che altera l’immagine del Continente rendendolo sottomesso al finalismo della valutazione economica. Intende in sostanza raccogliere l’istanza della gente del Delta di essere vista, non essere trasparente agli occhi del mondo o degradata a puro oggetto economico.























La maggior parte delle immagini è scattata a Dionewar, un’isola mistica di silenzi e conchiglie, cieli immensi, villaggi di pescatori e terre provvisorie disegnate dal fiume che si arrende al mare, tradizionalmente legata alle risorse naturali del delta, pesca e raccolta dei frutti di mare. Uno ‘spazio archetipico locale africano’ che garantisce ancora la continuità e la conservazione di pratiche di vita sociale “tradizionali”, dove però emergono, in un processo di ridefinizione del sé, aspirazioni cosmopolite, che si esprimono attraverso pratiche d’incorporazione estetica e sociale di un’alterità occidentale, ad esempio lo stile dell’abbigliamento. Ho cercato di cogliere la natura e il senso di questo luogo, come esperienza di un contesto locale che appare come autentico, all’interno di un mondo globalizzato, senza la pretesa di aver conosciuto la “realtà”, ma nella consapevolezza che ciò che ho visto e che mostro è l’interpretazione soggettiva di essa, frutto dello scambio e dell’interazione con le persone.
















